sangue, sangue dappertutto; si era immaginato Luc Eastman. e magari qualcosa di viscido, putrido e sanguinolento attaccato sul soffitto, dal quale gocciolasse qualcosa di viscido, putrido e sanguinolento sulle sue piume. e invece nulla: questa era in assoluto la scena del crimine più insolita che avesse mai visto. nessun cane decapitato o sventrato attaccato all’appendiabiti dell’ingresso, nessun mucchio di occhi nel lavandino. tutto sembrava in ordine e pulito come una casa prima che il proprietario vada in vacanza.
la vittima era in cucina: prima di arrivarvi, il detective Eastman si prese del tempo per esaminare l’appartamento.
il trilocale era immerso nella penombra, l’arredamento scarno emergeva dal buio. lamelle di luce filtravano dalle persiane, e nei fasci luminosi danzava la polvere in sospensione. Eastman si portò alle pareti ed esaminò i pochi quadri: qualche paesaggio campestre e una foto della vittima vestita da orango. in effetti il costume la copriva tutta: sotto la maschera poteva esserci chiunque.
questo chiunque vestito da orango salutava con la pelosa zampa destra da una jeep parcheggiata a fianco di una capanna.
alle spalle, l’inconfondibile sagoma del kilimangiaro finiva tra le nubi. Eastman ricordava di aver letto, a proposito del kilimangiaro, che fosse la montagna più alta del mondo.
certo, sulla cima dell’everest o del k2 si era a una maggiore altitudine. ma per scalare una di questa cime si parte sempre da qualche parte sull’himalaya, quindi si è già a qualche migliaio di metri sul livello del mar. il kilimangiaro, invece, sbuca come un’immensa scodella capovolta in mezzo al nulla.
al naso di Eastman arrivò un’ondata di fetore, ed egli lasciò le sue elucubrazioni a dopo e si diresse verso la cucina. qui l’atmosfera era più luminosa; spiccava, al centro della sala, un banale tavolo da sei. la vittima, attorno alla quale già si aggiravano il coroner e due mosche, sedeva composta in modo da dare le spalle a chi entrasse. teveva la schiena diritta e le braccia sul tavolo, come se stesse mangiando. tra le mani, una scodella, la sinistra impugnava un cucchiaio. avvicinandosi, Eastman notò che l’assassino aveva fatto girare del fil di ferro attorno agli arti della vittima, in modo che restasse ferma anche coi muscoli rilassati. presto sarebbe sopraggiunto il rigor mortis, e allora sarebbe stato complicato liberare il cadavere da quella gabbia metallica. girando attorno al corpo, Eastman si fermò di fianco al coroner, il quale scuoteva la testa sconsolato. vista di fronte, la vittima aveva qualcosa di insieme banale e terrificante. la causa del decesso, infatti, non era visibile. il suo viso, però, aveva la più pura espressione di terrore mai vista. gli occhi erano sbarrati ma lo sguardo non era vuoto: sembrava infatti stesse ancora cercando di non credere a ciò che vedeva. la bocca, spalancata in un grido strozzato. il viso, completamente preso dal panico, (“come se stesse vedendo un film di dario argento”, pensò Eastman. “peggio: come se stesse vedendo dario argento”. no, questo andava oltre: “come se stesse sentendo parlare asia argento.” congratulandosi con se stesso per il paragone, Eastman si lasciò sfuggire un sorrisetto) contrastava con la tranquilla e naturale posa del corpo, tipica di chi, ancora in pigiama, stesse facendo colazione.
e fu in quel momento, nel preciso istante in cui il suo sguardo scese alla scodella, che Eastman capì che la pazzia dell’assassino non apparteneva al genere umano. nella tazzona, infatti, c’era un cervello. il massiccio detective aveva visto di tutto nella sua carriera, ma quell’organo grigio assolutamente fuori posto lo turbò, ed egli quasi barcollò all’indietro. il coroner, sorridendo amaramente, parlò per primo: “e questo è niente”, disse, indossando guanti di lattice. poi, passando le dita tra i capelli della vittima, afferrò la parte superiore del cranio, che era stata segata e poi riappoggiata come un coperchio, e la sollevò.
dentro, a riempire la scatola cranica, latte e cornflakes.
d.
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